venerdì 19 gennaio 2018

Intrighi d'Italia


E' piena di misteri, la storia di ogni Nazione. L'Italia non fa eccezione... E se nel recente passato, possiamo prendere a scusante il blocco anticomunista e la Guerra Fredda, diventa difficile capire quanto accaduto negli anni in cui, la nostra realizzazione, quale Stato unitario, ebbe origine.
Ecco quindi un utile libro, a ricordarci quella che, per molti fu e resta, un periodo glorioso... ma, alla lettura dei risvolti, non appare più tale... A volte, sarebbe meglio vivere di miti.
 


 
"Nel 1912 Giovanni Giolitti raccomandava molta prudenza nell'aprire gli archivi del nostro Risorgimento, perché non è bene sfatare leggende che sono belle.
Comprensibile, forse, in un Paese ancora giovane e fragile.
Purtroppo, per molti aspetti, il suo monito è stato preso alla lettera per un secolo intero e l'effetto si è esteso ben oltre i confini del racconto (epico) dell'Unità d'Italia.
Così, pur con qualche virtuosa eccezione, la storiografia ufficiale e, per ricaduta, la divulgazione scolastica, hanno spesso preferito accontentarsi di una versione edulcorata dei fatti, che nulla spiega di cosa sia poi diventato il nostro Paese.
Eppure la dittatura dei poteri forti, il ricorso all'assassinio politico, gli usi impropri e deviati dei servizi segreti, la trattativa con la criminalità organizzata e altri vizi italici contemporanei hanno radici e precedenti proprio in quel pezzo del nostro passato.
Proseguendo il lavoro iniziato con 1861, Giovanni Fasanella e Antonella Grippo hanno ricostruito e riscritto alcuni fra i più interessanti misteri d'Italia, lungo un arco di sessant'anni dai giorni dell'Unità, attingendo a documenti inediti, atti giudiziari mai consultati dagli storici e preziosi (nonché poco utilizzati) archivi stranieri.
Dalla "morte per salasso" di Cavour, alle trame oscure dietro il regicidio di Umberto I, dall'avventura coloniale in Libia, voluta dai poteri economici, fino alla strage del Teatro Diana a Milano, la storia d'Italia rivive in un succedersi di eventi drammatici che hanno proiettato le loro ombre inquietanti fino a oggi.
In un Paese come il nostro, affetto da sistematica amnesia sulla propria Storia, questo libro contribuisce a demolire quella "cultura dell'indicibilità" che rende opaco il potere e accettabili le menzogne di Stato, alimenta le aree grigie in cui trovano copertura relazioni pericolose e contagia tutti noi con un'idea dagli effetti funesti: non può esistere una verità storica condivisa".
 

giovedì 18 gennaio 2018

Horror

Per me, il cinema è in gran parte horror... insieme alla fantascienza ed ai western, all'avventura, un poco di sentimento (non troppo, sennò piango) ed ai cartoons... Ma prima di tutto è l'horror.
Come ho spesso scritto in questo blog, cinema è sospensione della realtà. E quale migliore sospensione della stessa, se non rappresentando l'horror, o la fantascienza (magari virata in horror) che di fatto, rappresenta il nostro "lato oscuro", il demonio che alberga in ognuno di noi?
Bellissimo questo testo. Sicuramente lo è stato per me e, può esserlo per chi vuole farsi una cultura al riguardo.
 

 
"Fin dalla sua nascita i cinema, fondato sul procedimento della riproduzione e di cose in movimento e quindi sulla duplicazione dei fenomeni visibili, é l'arte che mostra di avere più di tutte una familiarità congenita con quelle dimensioni del doppio e del perturbante le quali, studiate all'inizio del Novecento da Freud e da Otto Rank insieme alla nozione di occulto, del genere horror costituiscono la primaria ispirazione.
Anticipate dalla Ottocentesca narrativa gotica e rilanciate poi in chiave di angoscia esistenziale dal movimento dell'espressionismo, queste dimensioni possono manifestarsi al meglio proprio nel cinema, il quale le urla con una efficacia senza pari tanto da guadagnarsi subito la promozione da semplice spettacolo ad Arte.
Il riconoscimento avviene grazie a due opere del grande cinema espressionista tedesco degli anni Venti, il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene e Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau, entrambe riconducibili al genere horror e che, anzi, di quest'ultimo possono essere considerate i prototipi destinati a essere riproposti e variati in mille modi.
A confermare la predisposizione tecnico - formale del cinema per le storie dell'orrore va ricordato un altro titolo di poco successivo, ma questa volta proveniente dalla Francia, anch'esso gusto horror e addirittura orgoglioso di tale provenienza dal momento che si ispira ai racconti di Poe.
Si tratta di quel La caduta della casa Usher , girato da Jean Epstein nel 1928, un film risolto mediante procedimenti formali che costituiscono l'essenza stessa del linguaggio filmico, quali sovraimpressioni, movimenti rallentati, angolazioni inedite e rapidi, brevi carrelli che creano una realtà allucinatoria e fortemente onirica.
Insieme ad altri due film degli anni Venti, il carretto fantasmaPagine dal libro di Satana , autorizzano a concludere che il cinema nasce con un destino horror che gli proviene dall'essere figlio spirituale di una coppia di genitori non certo tranquilla quali l'espressionismo visivo sul piano artistico e la dimensione del perturbante proveniente dall'inconscio su quello culturale.
E' in America negli anni Trenta con Dracula, Frankenstein, la Mummia o negli anni Quaranta con il Bacio della Pantera e Ho camminato con uno zombie che l'horror diviene genere di largo consumo.
Negli anni '50 l'horror diviene veicolo di liberazione sessuale con sesso e sangue, soprattutto dall'Inghilterra.
Negli anni Settanta fanno la loro apparizione L'Esorcista, Psyco, e sotto l'influenza del Vietnam, ecco la notte dei morti viventi , Non aprite quella porta e in Italia con Profondo Rosso e Suspiria.
Arriva lo splatter, mentre dall'Oriente ecco The Ring o in Occidente La casa dei 1000 corpi, Van Helsing Underworld...  Dalla sua nascita l'horror non smette di evocare il lato oscuro di noi stessi e richiama il teatro di Seneca e la sua tragedia degli orrori".


martedì 16 gennaio 2018

Viaggio al termine della notte

Senza un attimo di respiro: Scrittore maledetto, se te ne freghi, ti trovi di fronte un libro incredibile. Così scrivevo tanti anni or sono su Anobii, un piccolo, breve commento, per celebrare questa lettura.
Oggi, a distanza di tempo, ritorno sul testo e riprendo un dialogo interrotto, riallaccio vecchi spunti e passaggi memorabili.
Chi pensasse che Louis Destouches in arte Céline, scriva alla Gadda, alla Pasolini, in modo naturale, si sbaglierebbe di grosso... è un linguaggio ricercato, pensato, studiato, osservato a lungo e ruminato assai... prima di essere riproposto su carta, è stato oggetto di lunga gestazione.
Prova ne è il suo esempio, oramai memorabile, del bastone immerso in acqua. "Un bastone dritto, immerso in acqua, apparirebbe storto... cosa diversa un bastone, già precedentemente ritorto artificialmente e poi immerso... ad ottenere una distorsione voluta, guidata... questo è il linguaggio dei miei personaggi..." Insomma, siamo di fronte ad un genio... ad un uomo che, divenuto un paria, a causa delle sue scritture antisemite, resta un grande, uno scrittore al pari di Hemingway, irraggiungibile letteratura. Da leggere e rileggere... magari anche in francese.

 "Nell'aprile 1932 il giovane editore parigino Robert Denoel si ritrovò sul tavolo un grosso dattiloscritto di novecento pagine a spazio due, che non portava nemmeno l'indicazione dell'autore.
Cominciò a leggerlo con uno sbalordimento che sconfinava nell'esaltazione.
Telefonò nottetempo al suo segretario, ingiungendogli di trovarsi presto in ufficio l'indomani perché bisognava arrivare ad una decisione rapida.
Si trattò di risalire, con qualche fatica, all'autore.
Era un medico trentacinquenne che abitava dalle parti di Montmartre, in Rue Lepic, e lavorava al dispensario di Clichy, un certo Louis Destouches.
Più tardi, Denoel descrisse quell'incontro: "Mi trovai davanti un uomo straordinario come il suo libro. Parlò per due ore da medico che sapeva tutto della vita, da uomo di estrema lucidità, disperato e freddo, e tuttavia passionale, cinico ma pietoso.
Lo rivedo ancora, nervoso, agitato, occhi azzurri, uno sguardo duro, penetrante, l'aria un po' stralunata.
Aveva soprattutto un gesto che mi colpiva.
La mano destra andava e veniva come per fare piazza pulita, e ad ogni istante disegnava le cose con l'indice....
Il suo modo di esprimersi era sempre forte, immaginoso, allucinato.
L'idea della morte, la propria e quella del mondo, tornava nel suo discorso come un motivo conduttore.
Mi descrisse un umanità affamata di catastrofi, innamorata di massacri.
Il dottor Destouches s'era scelto uno pseudonimo: avrebbe firmato Louis-Ferdinand Céline. Un nome femminile".
Nasceva così Voyage au bout de la nuit, e oggi che il secolo sta finendo tra tragedie e farse d'ogni genere, ci appare sempre più chiaro che questo è il romanzo che l'ha meglio capito e rappresentato che il consapevole delirio Céliniano ne ha saputo cogliere come nessun altro gli aspetti fondamentali: gli orrori della guerra e della retorica patriottarda di quelli che stavano a dirigere il macello nelle retrovie; la ferocia dello sfruttamento coloniale, la solitudine delle metropoli (New York) e gli incubi tayloristici della catena di montaggio (la Ford a Detroit), il degrado urbano e l'abbruttimento operaio nella Parigi delle borgate, l'avvento di una piccola borghesia cinica e faccendiera, quella stessa di cui oggi contempliamo i guasti forse irreversibili nelle imprese di figli e nipoti, al di qua e al di là delle Alpi".

venerdì 12 gennaio 2018

The ballad of Lefty Brown

Bill Pullman è Lefty Brown, un vero fallito. Un uomo che ha vissuto al servizio di Eddie Johnson e che ora, oramai anziano, vede il suo mondo crollare, quando il suo mentore viene ucciso da un ladro di cavalli.
Ora Lefty ha di fronte a se due strade. Sparire in buon ordine, come tutti gli suggeriscono e tutti peraltro si aspettano... oppure dimostrare al mondo intero, ma prima di tutto a se stesso, di non essere quell'incapace.
Parte da qui la sua avventura... Esistono molti western e molti West: quelli con gli indiani, quelli delle diligenze, quelli delle città di frontiera, quelli delle miniere d'oro, quelli dei prepotenti che vogliono sottrarre la terra ai pionieri... questa volta c'é un viaggio... un'inseguimento, c'é la violenza e ci sono le sparatorie... c'é il sotterfugio, il potere delle lobby ferroviarie, c'é infine un uomo che non accetta di essere schiacciato dalla sua reputazione.
Il viaggio di redenzione di Lefty, è lungo e difficile, non privo di rischi, per lui e per chi gli vuol bene, ma un bel finale è dovuto.

Valentina

I fumetti per loro natura, raccontano il quotidiano, aggiungendo la dose di fantasia necessaria a seconda dell'idea.
Vi sono fumetti storici, fantascientifici, legati al quotidiano, astratti negli interpreti e così via... pochi però sono come questo. Valentina è la rappresentazione onirica del personaggio. E nel farlo ci riesce bene... siamo talmente attratti da questa estraniazione,  da non riuscire a coglierne la portata eversiva, accettandone la normalità... certo molto del merito va alla bellezza dell'interprete principale... Per molti versi capace di liberare la sensualità/sessualità di una donna. Un esperimento coraggioso, un esperimento riuscito e che è giunto sino ad oggi con giusta malizia e grande capacità grafica.
 

"In un fumetto del 1965 una specie di Mandrake sbarcò a Milano.
Si chiamava Neutron, e al posto del cilindro e della marsina indossava un vestito nero che lo faceva somigliare a Diabolik.
Ma il potere medianico era stupefacente quanto quello di un grande illusionista.
Anzi di più, perché le sue non erano illusioni: Neutron poteva provocare una paralisi temporanea guardando negli occhi una persona, o fissandola attraverso "schermi televisivi in trasmissione diretta".
Neutron nasce come alter ego del critico d'arte Philip Rembrandt: sarebbe stato un supereroe dalla doppia vita se non avesse conosciuto, già nella sua prima avventura, la donna che, togliendogli i superpoteri, lo avrebbe confinato in un ruolo secondario: Valentina di nome, Rosselli (come i fratelli eroi dell'antifascismo) di cognome.
Nella storia del fumetto ci sono tanti casi di comprimari che diventano protagonisti grazie alla loro personalità strepitosa, all'irresistibile fascino che si portano dentro.
Forse i più eclatanti sono quelli di Braccio di Ferro, di Paperino e di Valentina.
Valentina è csì diventata la protagonista - in un ambiente che richiama la Milano di Crepax - perché così hanno scelto i lettori e il suo autore: tutti innamorati di lei, delle sue capacità di mostrare sé stessa".

Avere e Essere

 
Eterna domanda. Avere o essere? Rientra nel solco dei libri di formazione, non per forza di letture giovanili, non per forza a sfondo religioso, spesso anarchici, che hanno costellato la cultura (una certa cultura) di chi aveva dalla sua una grande curiosità. Quella curiosità, per intenderci, necessaria a porsi le domande giuste. Cosa viviamo a fare? Cosa facciamo intanto che viviamo? E, giustamente, la nostra vita, è fatta di possesso delle cose o di essere qualcuno?
Una società come la nostra, abbandonata ogni promessa millenaristica, abbandonata la religione, la politica, il futuro... oramai giunta, a vedere il solo presente ed a sognare un passato confuso e dorato (retrotopia, la chiamano) senza progetti, senza speranze... fa del consumo, del possesso, del godimento immediato, il suo essere. Dimentica della vera essenza dell'uomo, della sua dimensione spirituale, del suo desiderio di capirsi..
Erich Fromm, come Hermann Hesse, come Gesù, come Marx , come Buddha, ci pone di fronte ad una scelta. Noi, probabilmente non la sapremo cogliere, ma almeno l'avremo vista, capita, ci saremo incappati.
 

"Dicendo essere o avere, non mi riferisco a certe qualità a sé stanti di un soggetto... Mi riferisco, al contrario, a due fondamentali modalità di esistenza, a due diverse maniere di atteggiarsi nei propri confronti e in quelli del mondo, a due diversi tipi di struttura caratteriale, la rispettiva preminenza ei quali determina la totalità dei pensieri, sentimenti e azioni di una persona".
Ed è la prevalenza della modalità esistenziale dell'avere che per Fromm ha determinato la situazione dell'uomo contemporaneo, ridotto ad ingranaggio della macchina burocratica, manipolato nei gusti, nelle opinioni, nei sentimenti dai governi, dall'industria dai mass media, costretto a vivere in un'ambiente degradato con lo spettro incombente del conflitto nucleare.
L'autore, rifacendosi a una lunghissima tradizione di pensiero che va dal Buddha a Tommaso d'Aquino, da Spinoza a Marx, dal Talmud a Meister Eckhart, delinea quindi le caratteristiche di un'esistenza incentrata sulla modalità dell'essere, in quanto attività autenticamente produttiva e creativa, che offra allo individuo e alla società la possibilità di realizzare un nuovo e più autentico umanesimo.

L''Ipnotista

Ci fu un periodo in cui, parve esserci una fioritura di genere, provenire dal Nord Europa.
Gialli, Neri, Horror... ogni e possibile genere virante al violento, vedeva uno scrittore nordeuropeo fare la sua comparsa, affermarsi, vendere libri... un'autentica miniera d'oro, il nuovo Klondike della letteratura... e noi tutti a leggere e mandare a memoria il nome di ispettori ed investigatori dal nome di un mobile Ikea... Ma come in tutti i filoni, l'oro degli sciocchi sta sempre in agguato... é questo il caso.
 
"Si chiama Erik Maria Bark ed era l'ipnotista più famoso di Svezia.
Poi qualcosa è andato terribilmente storto e la sua vita è stata ad un passo dal crollo.
Ha promesso pubblicamente di non praticare mia più l'ipnosi e per dieci anni ha mantenuto quella promessa.
Fino ad oggi.
Oggi è l'8 dicembre, è una notte assediata dalla neve ed è lo squillo del telefono a svegliarlo di colpo.
A chiamarlo è Joona Linna, un commissario della polizia criminale con l'accento finlandese.
C'è un paziente che ha bisogno di lui.
E' un ragazzo di nome Josef Ek che ha appena assistito al massacro della sua famiglia: la mamma e la sorellina sono state accoltellate davanti ai suoi occhi, e lui stesso è stato ritrovato in un lago di sangue, vivo per miracolo.
Josef è ricoverato in grave stato di schock, non comunica con il mondo esterno.
Ma è il solo testimone dell'accaduto e bisogna interrogarlo ora.
Perché l'assassino vuole terminare l'opera uccidendo la sorella maggiore di Josef, scomparsa misteriosamente.
C'é un solo modo di ottenere qualche indizio ipnotizzare Josef subito.
Mentre attraversa in auto una Stoccolma che non è mai stata così buia e gelida, Erik sa già che infrangerà la sua promessa.
Accetterà di ipnotizzare Josef.
Perché, dentro si sé, sa di averne bisogno.
Sa quanto gli è mancato il suo lavoro.
Sa che l'ipnosi funziona.
Quello che l'ipnotista non sa é che la verità rivelata dal ragazzo sotto ipnosi cambierà per sempre la sua vita.
Quello che non sa è che suo figlio sta per essere rapito.
Quello che non sa è che il conto alla rovescia, in realtà, è iniziato per lui".

Intrighi d'Italia